sexta-feira, 20 de setembro de 2013

Sindrome di Down: Il dott. Pineda - Sol Alameda


“Fin da piccolo capii che il fatto di essere segnato dalla sindrome di Down mi obbligava a fare qualcosa, a raggiungere un traguardo”. (Pablo Pineda, il primo europeo con la sindrome di Down a laurearsi)


Quando ha scoperto di essere Down?

Intorno ai 6-7 anni. Un professore universitario, Miguel García Melero, mi chiese: “Lo sai che hai la sindrome di Down?”. Io risposi di sì, pur non avendone idea. Lui se ne accorse, e si mise a spiegarmi di cosa si trattava. E io gli chiesi: “Signor Miguel, sono scemo?”. Mi disse che non lo ero, allora gli chiesi: “Posso continuare a studiare?”. Lui disse: “Certo”. Appena arrivai a casa chiesi a mia madre: “È vero che ho la sindrome di Down?”. Era con mio fratello Pedro, che studiava medicina, e lui iniziò a spiegarmi la genetica, così mi feci un’idea. E feci la stessa domanda: “Posso continuare a studiare?”. “Naturalmente” dissero “senza problemi”.

Pensa di avere un sindrome di Down particolare?

La letteratura medica ci fa sembrare peggiori di quello che siamo, e ci mette in disparte. Quando iniziai a documentarmi sulla sindrome di Down mi dissi: io non sono così, e pensai di essere un caso particolare, che solo gli altri casi fossero come li descrivevano i libri. Mi fa arrabbiare che l’aspetto mentale venga sempre rappresentato come peggiore di quello fisico. Si spiega che siamo deficienti, che siamo ritardati. E, quel che è peggio, che non c’è soluzione.

Confondono l’aspetto mentale con la pazzia, perché una volta non si faceva differenza tra ritardo e malattia mentale. La tara mentale è sempre associata alla pazzia.

L’adolescenza dev’essere stata un periodo duro.

Quando iniziai il liceo, nessuno si aspettava un ragazzo Down a scuola, e la gente mi guardava come per dire: che cosa ci fa questo? Fecero una cosa illegale: far votare la mia ammissione nell’istituto da parte dei professori. E questo fu crudele. Però poco alla volta incominciai a conquistare i miei compagni. Sapevo che dovevo fare così, che avrei dovuto iniziare a chiacchierare con loro, inserendomi, e fu quello che feci. Reagirono molto bene. E conquistai molti professori. In classe seguivo, facevo domande, e questo li spiazzava. Ero disposto a qualsiasi sforzo per ottenere la loro fiducia. Fu allora che i giornali iniziarono a interessarsi a me, perché era raro che una persona affetta da sindrome di Down frequentasse il liceo. Ma, da quel momento in poi, tutto cambiò in peggio. Verso i 16 anni i compagni cominciarono a guardarmi dall’alto in basso e non mi rivolgevano la parola. La vita divenne impossibile. Mi persi d’animo e pensai di gettare la spugna. Non sapevo come dirlo ai miei genitori, e me ne stetti zitto. Non volevo farli soffrire, né che scoprissero che avevo intenzione di mollare. Fu un periodo molto difficile. La persona che mi aiutò di più fu la mia insegnante di sostegno. Gli altri professori non avevano fiducia in me, erano molto stretti con i voti. Dicevano che non avrei imparato, che non sapevano come spiegarmi le cose e che non avrei mai capito niente. Finalmente, al terzo anno di liceo, tutto ritornò a girare per il verso giusto.

Sua madre racconta che per lei il momento peggiore fu quando lei le chiese “Avrò sempre questa faccia, o cambierà e diventerà come quella degli altri?” e dovette dirle che sarebbe rimasta sempre uguale. Quale fu la sua reazione?

Lo accettai subito. Partecipavo a conferenze, e in una di queste, a 14 anni, una signora chiese se mi sarei sottoposto a un’operazine di chirurgia estetica per cambiare i lineamenti. Risposi: “No, li considero come un onore” e aggiunsi “non ti piace il mio aspetto?”. Uno dei problemi dei ragazzi Down è che la società è abituata a trattarli come bambini.

Forse perché alcuni portatori di handicap preferiscono non crescere per non affrontare un mondo che considerano ostile.

A me non successe. Quando avevo 14 o 15 anni rifiutavo la commiserazione. Volevo uscirne, dimostrare chi ero, e che cosa potevo fare. Durante un viaggio in Italia, a 15 anni, subii un grave torto alla dogana dell’aeroporto di Madrid. Venne fuori che un quindicenne non poteva espatriare senza il permesso dei genitori, a maggior ragione se affetto da sindrome di Down. Il mio professore spiegò ai poliziotti che la sera stessa avrei dovuto tenere una conferenza in Italia, ma non gli credettero. Si misero a ridere. Una conferenza? A 15 anni e con la sindrome di Down? Dovettero telefonare ai miei genitori. È stata una di quelle occasioni in cui ti accorgi della dimensione dei pregiudizi.

I suoi genitori l’hanno aiutato molto?

Hanno sempre pensato che avrei dovuto essere autonomo e mi hanno educato a questo. Anche il professor Meleero è stato uno stimolo. Quando ero piccolo mi faceva scherzi, diceva che se ne sarebbe andato e non sarebbe tornato, per lasciarmi solo e vedere come reagivo. E io dovevo arrangiarmi. All’inizio, quando da piccolo prendevo l’autobus, i miei genitori avevano un po’ di paura, però se la tenevano per loro e mi controllavano da lontano. Sono stati forti e non hanno mai ceduto, non si sono mai lasciati andare.

Da che età ha iniziato a guardare le ragazze?

Da sempre. Ero sempre innamorato. Avevo molti amori platonici. Mi innamoro non appena vedo una ragazza molto bella. Mi affascinano. Già al liceo mi piaceva starmene con le ragazze. Una volta c’era una ragazza, quanto era bella! Una sera il suo fidanzato per scherzare mi disse: “Così ti piace la fanciulla...”. È stato tremendo, me ne andai in lacrime e lei mi seguì: “Pablo, siamo buoni amici, non dobbiamo far altro che continuare così”. Era la cosa peggiore che potesse dirmi.

Sapevo che la sindrome di Down avrebbe segnato la mia vita, che le ragazze non si sarebbero innamorate di me perché sono Down. Malgrado tutto, però, continuo a ribellarmi a questa idea. Ma so che la mia fidanzata dovrà essere veramente speciale.

Vorrebbe vivere da solo?

Potrei farlo, però si sta così bene dai genitori. Ho visto un servizio sugli studenti universitari in cui si diceva che la maggior parte vive con i genitori a causa del carovita, quindi... Io mi sento uno di loro, ho gli stessi problemi di qualsiasi altro studente universitario. Inoltre ho iniziato a lavorare nel settore dei servizi sociali del Comune di Malaga. Mi dedico ai disabili, sono quello che si dice un “sensibilizzatore”. I disabili e i loro genitori vengono a consultarmi, a chiedermi che cosa possono fare.


(testo pubblicato sulla rivista Focus nº 138 – aprile 2004)







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