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terça-feira, 28 de fevereiro de 2017

Analisi del testo della canzone O scarrafone del grande Pino Daniele


Ho trovato un post fatto da TheIlVolersit con un'analisi del testo della canzone O scarrafone del grande Pino Daniele.

"La canzone fonde inseme due temi: l'ingenuità e il razzismo. 


Due temi tra loro contrastanti, ma che l'artista riesce a fondere perfettamente. 

L'ingenuità di un Napoletano emigrato al nord "Accidenti a questa nebbia, te set andre a laurà", una tipica espressione dei napoletani, che lamentano che nella pianura padana c'è sempre nebbia (e naturalmente al fatto di essersi trovati li in cerca di lavoro). 

Mentre "questa Lega è una vergogna, noi crediamo alla cicogna" è un chiaro rifermento all'allora nascente movimento leghista, che attaccava duramente i lavoratori meridionali.

Il riferimento al razzismo è confermato dalla frase "e se hai la pelle nera, amico guardati la schiena". L'ingenuità del punto di vista dell'autore è la risposta ai razzisti: noi siamo gente semplice, che crediamo ancora nella cicogna. 

Gente che lavora, ma che tutta la settimana aspetta il sabato perchè il giorno dopo non si lavora (o non si va a scuola). 

Lo dice senza vergogna (aver poca voglia di lavorare è visto di brutt'occhio qua al nord), e lui, ingenuo, lo dice pubblicamente.

•Ogni scarrafone è bella alla sua mamma.

Si tratta di un proverbio, esistente praticamente in tutte le lingue. 

E' molto semplice e immediato: lo scarrfaone è l'animale brutto per antonomasia, ma alla sua mamma pure lui sembra bello. 

In altre parole, i nostri bambini, i nostri affetti, i nostri compagni di vita ci sembreranno sempre i migliori del mondo. 

Ed è giusto che sia così. 

Quindi basta confrontarsi con gli altri o commentare gli affetti altrui, alla fine ognuno nel suo piccolo è contornato dalle persone più belle del mondo."


Pino Daniele



Ignazio Boschetto




domingo, 19 de fevereiro de 2017

Il Volo e l'insostenibile pesantezza della critica - Patrizia Ciava (Italia Ri-unita)



Il gruppo musicale Il Volo è l’unica realtà italiana ad aver ottenuto un gradimento globale che coinvolge ogni continente e persone di tutte le età ed estrazioni sociali, i loro CD escono simultaneamente in più di 50 paesi ed i loro concerti fanno il tutto esaurito in ogni parte del mondo.

Indubbiamente, l’enorme consenso di pubblico ottenuto anche in Italia ha spiazzato chi ne aveva pronosticato – e auspicato – l’imminente fiasco dopo la vittoria al Festival di Sanremo nel 2015. L’atteggiamento di arrogante disprezzo da parte dei giornalisti verso i tre giovanissimi vincitori in conferenza stampa fu inqualificabile e rovinò probabilmente in parte la loro gioia per aver coronato il sogno di essere finalmente apprezzati anche in patria. Guardandoli in video si nota che erano talmente tesi e a disagio da non riuscire a manifestare la solita spontaneità e freschezza, ed apparivano persino scontrosi nel tentativo di difendersi dalle battute sarcastiche dei reporter i quali, approfittando della loro giovane età e della loro ingenuità, si sono permessi un’insolenza che non avrebbero mai esibito con altri.

E’ comunque divertente rileggere oggi le feroci critiche piovute sul trio in quella occasione o la battuta di Nek il quale, non riuscendo a nascondere il proprio disappunto per essere arrivato secondo, proferì: “Sono curioso di vedere dove arriverete, ora sono cxxxi vostri”. Beh, potremmo dire che la sua curiosità è stata soddisfatta ma forse non altrettanto il suo ego.

Ciò che colpisce maggiormente, tuttavia, è che i giornalisti che li criticavano, ergendosi a giudici ed intenditori, sembravano conoscerli molto poco, evidenziando come la loro presa di posizione fosse basata sul pregiudizio e la superficialità. C’è chi li credeva un gruppo folkloristico che canta vecchie canzoni da operetta, alla stregua di quei camerieri che si improvvisano tenori e intrattengono i clienti nelle pizzerie di New York, e chi riteneva il loro successo all’estero attribuibile unicamente ai favori di un pubblico costituito da vecchi emigranti italiani nostalgici.

Se si fossero presi la briga di informarsi si sarebbero resi conto che questi tre giovanissimi avevano già ottenuto un successo planetario ineguagliabile e che erano il gruppo italiano più famoso al mondo. Mentre nel nostro paese non li conosceva ancora nessuno, in pochi anni avevano scalato le vette delle classifiche in diversi continenti, dalla Nuova Zelanda alla Malesia, dagli Stati Uniti all’America Latina, nel 2014 avevano vinto il prestigioso premio Billboard Latin Music Awards a Miami superando artisti del calibro di Shakira e Ricky Martin, i dischi di platino non si contavano, avevano duettato con i più grandi artisti, avevano cantato in tutti i luoghi preposti alla musica di alto livello, dal Madison Square Garden di New York alla consegna dei Premi Nobel a Oslo, dove il re di Norvegia in persona aveva tributato loro una entusiastica standing ovation insieme alle centinaia di spettatori presenti. Non esisteva paese che non li avesse accolti ed osannati, tranne l’Italia.

In patria furono presentati dai media come “giovani-vecchi” rappresentanti di “un’italianità retrò” e un po’ kitsch. Aldo Cazullo, nelle pagine del Corriere, li definì un prodotto da esportazione di “bassa” cultura: “La loro è un’Italia un po’ stereotipata, gorgheggi e melodia, echi di arie liriche e canzoni napoletane ma in fondo quello che il mondo ci chiede non è la nostra cultura «alta».”. Paolo Giordano, sulle pagine del Giornale, scrisse: “Questi tre ragazzi rappresentano il cliché del “belcanto” dal quale vorremo staccarci da mezzo secolo e rischiano di farci tornare indietro, almeno come percezione collettiva”.

Articoli evidentemente improntati al solito provincialismo esterofilo che spinge ad esaltare stili e mode che non ci appartengono anziché valorizzare le nostre unicità, nonché al patologico complesso di inferiorità degli italiani che li porta a credere di essere derisi o trattati con sussiego dagli stranieri se esprimono la loro “italianità”.

Li dipingevano come giovani seri e impostati che “se la tirano”, fautori di un genere antiquato ed anacronistico, dimostrando di non averli mai conosciuti né di averli mai visti in concerto. Ciò che stupisce infatti nelle loro esibizioni live è la capacità di trasformarsi in un attimo da simpatici burloni, in grado di divertire ed intrattenere il pubblico, a talentuosi artisti che riversano la loro anima nel brano che interpretano con un virtuosismo degno dei più grandi vocalisti.

Il loro genere musicale è molto particolare e difficile da definire, lo chiamano pop-lirico o operatic-pop ma è molto diverso da quello di Andrea Bocelli, ad esempio, che è più classico e rivolto ad un pubblico più maturo. E’ anche fuorviante parlare solo di “belcanto all’italiana”, a meno di voler includere in questa categoria le interpretazioni di Tom Jones, Barbra Streisand, Elvis Presley, Charles Aznavour o Michael Bublè, visto che i tre giovani artisti eseguono anche brani melodici in perfetto inglese, spagnolo e francese, già interpretati da queste icone della musica leggera internazionale. Il loro repertorio comprende alcune delle più belle canzoni che siano mai state scritte in Italia e all’estero, ri-arrangiate magistralmente per adattarsi alle loro straordinarie voci, che incantano e piacciono più delle versioni originali, come testimoniano i numerosi commenti degli internauti. Una donna inglese dichiara: “Pensavo che nessuna versione di Delilah potesse eguagliare quella di Tom Jones, ma dopo aver ascoltato Il Volo, mi sono ricreduta”.

Ancora oggi, pur avendo dovuto prendere atto, volente o nolente, della loro immensa popolarità, molti giornalisti continuano a non comprenderne il motivo. “La sorpresa è che quest’Italia da esportazione, una volta reimportata, funziona” si stupisce Cazullo. In particolare, non si spiegano l’entusiasmo degli adolescenti e giovanissimi abituati ad apprezzare generi musicali di stampo anglosassone. Improvvisandosi psicologi o sociologi cercano le più improbabili motivazioni, quando la risposta è molto semplice. Ciò che piace del Volo sono loro: Gianluca, Ignazio e Piero. Non importa il genere o il brano che cantano, è il modo in cui lo eseguono che fa la differenza. “Saprebbero emozionare pure se cantassero il ballo del qua qua” si legge in un commento. Ed è vero. Con le loro interpretazioni riescono a trasformare qualsiasi canzone in un capolavoro. La perfetta alchimia creata dalla combinazione delle loro prodigiose voci, così possenti, particolari e versatili, unita alla passione e alle emozioni che riescono a trasmettere, affascina e irretisce chiunque li ascolti. Di solito, chi ha una voce importante come la loro imposta le proprie esecuzioni sulle doti canore e si concentra su virtuosismi vocali, mentre questi tre giovani artisti usano le loro stupende voci come strumento per suscitare empatia e commozione, così come un pittore usa il pennello, un poeta le parole e un compositore le note. Questo presuppone ovviamente una sensibilità particolare sia da parte di chi esegue sia da parte di chi ascolta, dote che probabilmente molti critici non possiedono. Loro cercano di spiegare razionalmente ciò che razionale non è. L’armonia e la bellezza, nelle sue molteplici forme, va a toccare corde profonde dell’animo umano e non è sempre spiegabile a parole.

Purtroppo, un certo tipo di stampa nazionale che si fa un vanto di snobbare e distruggere mediaticamente le eccellenze del nostro paese, continua tuttora a stroncarli con rabbioso sdegno, denigrando non solo loro ma anche chi li acclama, quasi fossero tutti vittime di un ottenebramento collettivo, e arrivando persino a diffamare gli artisti di fama internazionale che li sostengono, come Placido Domingo accusato dal Fatto Quotidiano di “aver fatto una marchetta”, per aver diretto l’orchestra che li ha accompagnati nel concerto “Tributo ai Tre Tenori”.

Questi articoli evidenziano la mancanza di professionalità di chi scrive anche su giornali a tiratura nazionale senza cognizione di causa. C’è chi, pensando di fare uno scoop, rivela che non sono cantanti del Teatro dell’Opera o chi, come Michele Monina, continua ostinatamente a negare l’evidenza. Nel commentare sul Fatto Quotidiano il concerto di Firenze “Tributo ai Tre Tenori”, trasmesso su Canale 5, quest’ultimo asserisce che il pubblico li ha accolti “tiepidamente” perché “non emozionano”. Viene da chiedersi se mente sapendo di mentire oppure se pensa che le sedie erano elettrificate ed è per questo che gli spettatori balzavano in piedi al termine di ogni canzone in un tripudio di applausi e di appassionate standing ovation. Forse non si è nemmeno preso la briga di guardare in streaming il concerto ma ha obbedito pedissequamente agli ordini del direttore che si definisce con orgoglio un “anti-italiano” facendo del suo giornale un bulldozer usato per demolire ogni realizzazione del nostro paese. Vale la pena riportare a questo proposito il commento di un lettore: “Monina è un chiaro esempio di come il conformismo indotto dall’omologazione culturale globale faccia seri danni, in questo caso stroncando un prodotto musicale che meritoriamente fa divulgazione della lirica tra i giovanissimi. La pericolosità di questi giornalisti che si danno arie da intellettuali schierandosi a sostegno dei poteri forti dell’omologazione culturale anglofona non va sottovalutata.”

Questi presunti intenditori dovrebbero farsi un giro in internet e forse – dico forse presupponendo la buona fede di alcuni- capirebbero di trovarsi dinanzi ad un fenomeno che non può essere liquidato come un “prodotto creato a tavolino” grazie alla pubblicità, come asseriscono. Perché è soprattutto leggendo le centinaia – se non migliaia – di commenti in diverse lingue (ammesso che i nostri valenti intellettuali ne capiscano almeno una) che si realizza l’effetto straordinario che suscitano. Gli aggettivi e le frasi che ricorrono più spesso per descrivere le loro performance sono “mesmerizing” (che strega, ipnotizza) “breathtaking” (da togliere il fiato), “they are out of this world” (non appartengono a questo mondo), “they stole their voices from the Gods/Angels” (hanno rubato la voce agli dei/angeli). Inutile dire che gli unici commenti negativi sono scritti dai soliti haters italiani, ma per fortuna sono pochi rispetto a quelli positivi, e questi ne sono alcuni esempi: “non sono di questo mondo…sono perfetti”, “fanno divertire oltre che emozionare.”, ”Talento Divino!”, “li ascolto e sono felice”, “li ascolto tutti i giorni ,mi fanno stare bene.!”, “Fantastici e talentuosi ragazzi !!!! orgoglio italiano. !!!”, “siete meravigliosi vi ascolto tutti i giorni mi avete dato tanta forza di vivere, grazie ragazzi“, “la loro voce scalda il cuore e fa gioire l’anima.”, “Cos’è questa corrente che sentiamo quando cantano? è emozione pura”.

Il fatto singolare, volendo approfondire l’indagine, è che non si trovano testimonianze così numerose ed appassionate in calce ai video di altri artisti di fama internazionale, neanche quelli che cantano generi simili o hanno voci notevoli, come Giorgia o Andrea Bocelli. Inoltre, guardando le repliche dei loro concerti sui palchi più importanti del mondo si nota che gli spettatori tributano loro entusiastiche e spontanee standing ovation al termine di ogni canzone e non alla fine del concerto, come accade di solito.

Come si evince da alcuni dei commenti riportati sopra hanno un solo difetto: possono provocare assuefazione.

Una curiosità:

Come è noto, dopo la vittoria al Festival di Sanremo, Il Volo ha partecipato all’Eurovision Song Contest 2015 vincendo con ampi margini il televoto (1.Italy – 366, 2.Russia – 286, 3.Sweden – 279) ma ottenendo il terzo posto per volontà della giuria, il cui voto contava per il 50%, scatenando la rabbia dei fans di tutto il mondo.

Ma forse non tutti sanno che parallelamente si sono svolte altre due competizioni: quella per il miglior “Male vocalist 2015” (migliore voce maschile), in cui i cantanti del Volo si sono aggiudicati i primi tre posti e quella per il “Top male model 2015” ( il più bel cantante), in cui Gianluca Ginoble ha ottenuto il primo posto, Ignazio Boschetto e Piero Barone rispettivamente il terzo e quarto posto, superando colleghi di ogni nazionalità, tra cui svedesi, tedeschi e norvegesi. (23 concorrenti sono stati eliminati al primo turno e 16 sono rimasti in gara), con buona pace di Paolo Giordano che nel commentare il loro successo a Sanremo aveva scritto: “Nessuno di loro può essere considerato un sex-symbol”. Un’altra bella soddisfazione per i nostri ragazzi. “Gianluca and Ignazio are the first Italians to enter the Top Model Hall of Fame”.

Commento della redazione su Gianluca: “Gianluca knows how to work his angles. Telegenic, photogenic, and always looking for the light, he stares through the camera and into your soul. Just check out his eyes on stage in Vienna. This is sex face, y’all. This Italian Stallion is ready to gallop from the Eurovision stage to the runway.” (Gianluca ci sa fare. Telegenico, fotogenico, è sempre alla ricerca dei riflettori, attraverso la telecamera guarda dritto nella tua anima. Osservate il suo sguardo sul palco a Vienna. Questa è la faccia della sensualità, tutti voi. Questo stallone italiano è ora pronto a galoppare dal palco dell’Eurovision alle passerelle).

Ignazio: “Having already arrived and made a name for himself globally, Ignazio can unwind and kick back with the people. He was one of the most laidback contestants at Eurovision 2015. In a field of self-important pop stars, his down-to-earth realness was a breath of fresh air” (Essendo già arrivato ed essendosi fatto un nome a livello globale, Ignazio può rilassarsi ed essere disinvolto con la gente. E’ stato uno dei concorrenti più spiritosi dell’Eurovision 2015. In un ambiente di stelle pop autocelebrative, il suo modo di fare spontaneo e con i piedi per terra è stata una boccata di aria fresca.)

domingo, 20 de novembro de 2016

Idiota à brasileira - Adriano Silva


Ele fura fila. Ele estaciona atravessado. Acha que pertence a uma casta privilegiada. Anda de metrô - mas só no exterior. Conheça o PIB (Perfeito Idiota Brasileiro). E entenda como ele mantém puxado o freio de mão do nosso país

Ele não faz trabalhos domésticos. Não tem gosto nem respeito por trabalhos manuais. Se puder, atrapalha quem pega no pesado. Trata-se de uma tradição lusitana, ibérica, reproduzida aqui na colônia desde os tempos em que os negros carregavam em barris, nos ombros, a toilete dos seus proprietários, e eram chamados de “tigres” – porque os excrementos lhes caíam sobre as costas, formando listras. O Perfeito Idiota Brasileiro, ou PIB, também não ajuda em casa. Influência da mamãe, que nunca deixou que ele participasse das tarefas – nem mesmo pôr ou tirar uma mesa, nem mesmo arrumar a própria cama. Ele atira suas coisas pela casa, no chão, em qualquer lugar, e as deixa lá, pelo caminho. Não é com ele. Ele foi criado irresponsável e inconsequente. É o tipo de cara que pede um copo d’água deitado no sofá. E não faz nenhuma questão de mudar. O PIB é especialista em não fazer, em fazer de conta, em empurrar com a barriga, em se fazer de morto. Ele sabe que alguém fará por ele. Então ele se desenvolveu um sujeito preguiçoso. Folgado. Que se escora nos outros, não reconhece obrigações e adora levar vantagem. Esse é o seu esporte predileto – transformar quem o cerca em seus otários particulares.

O tempo do Perfeito Idiota Brasileiro vale mais que o das demais pessoas. É a mãe que fura a fila de carros no colégio dos filhos. É a moça que estaciona em vaga para deficientes no shopping. É o casal que atrasa uma hora para um jantar com amigos. As regras só valem para os outros. O PIB não aceita restrições. Para ele, só privilégios e prerrogativas. Um direito divino – porque ele é melhor que os outros. É um adepto do vale-tudo social, do cada um por si e do seja o que Deus quiser. Só tem olhos para o próprio umbigo e os únicos interesses válidos são os seus.

O PIB é o parâmetro de tudo. Quanto mais alguém for diferente dele, mais errado esse alguém estará. Ele tem preconceito contra pretos, pardos, pobres, nordestinos, baixos, gordos, gente do interior, gente que mora longe. E ele é sexista para caramba. Mesma lógica: quem não é da sua tribo, do seu quintal, é torto. E às vezes até quem é da tribo entra na moenda dos seus pré-julgamentos e da sua maledicência. A discriminação também é um jeito de você se tornar externo, e oposto, a um padrão que reconhece em si, mas de que não gosta. É quando o narigudo se insurge contra narizes grandes. O PIB adora isso.

O PIB anda de metrô. Em Paris. Ou em Manhattan. Até em Buenos Aires ele encara. Aqui, nem a pau. Melhor uma hora de trânsito e R$ 25 de estacionamento do que 15 minutos com a galera do vagão. É que o Perfeito Idiota tem um medo bizarro de parecer pobre. E o modo mais direto de não parecer pobre é evitar ambientes em que ele possa ser confundido com um despossuído qualquer. Daí a fobia do PIB por qualquer forma de transporte coletivo.

Outro modo de nunca parecer pobre é pagar caro. O PIB adora pagar caro. Faz questão. Não apenas porque, para ele, caro é sinônimo de bom. Mas, principalmente, porque caro é sinônimo de “cheguei lá” e “eu posso”. O sujeito acha que reclamar dos preços, ou discuti-los, ou pechinchar, ou buscar ofertas, é coisa de pobre. E exibe marcas como penduricalhos numa árvore de natal. É assim que se mostra para os outros. Se pudesse, deixaria as etiquetas presas ao que veste e carrega. O PIB compra para se afirmar. Essa é a sua religião. E ele não se importa em ficar no vermelho – preocupação com ter as contas em dia, afinal, é coisa de pobre.

O PIB também é cleptomaníaco. Sua obsessão por ter, e sua mania de locupletação material, lhe fazem roubar roupão de hotel e garrafinha de bebida do avião e amostra grátis de perfume em loja de departamento. Ele pega qualquer produto que esteja sendo ofertado numa degustação no supermercado. Mesmo que não goste daquilo. O PIB gosta de pagar caro, mas ama uma boca-livre.

E o PIB detesta ler. Então este texto é inútil, já que dificilmente chegará às mãos de um Perfeito Idiota Brasileiro legítimo, certo? Errado. Qualquer um de nós corre o risco de se comportar assim. O Perfeito Idiota é muito mais um software do que um hardware, muito mais um sistema ético do que um determinado grupo de pessoas.

Um sistema ético que, infelizmente, virou a cara do Brasil. Ele está na atitude da magistrada que bloqueou, no bairro do Humaitá, no Rio, um trecho de calçada em frente à sua casa, para poder manobrar o carro. Ele está no uso descarado dos acostamentos nas estradas. E está, principalmente, na luz amarela do semáforo. No Brasil, ela é um sinal para avançar, que ainda dá tempo – enquanto no Japão, por exemplo, é um sinal para parar, que não dá mais tempo. Nada traduz melhor nossa sanha por avançar sobre o outro, sobre o espaço do outro, sobre o tempo do outro. Parar no amarelo significaria oferecer a sua contribuição individual em nome da coletividade. E isso o PIB prefere morrer antes de fazer.

Na verdade, basta um teste simples para identificar outras atitudes que definem o PIB: liste as coisas que você teria que fazer se saísse do Brasil hoje para morar em Berlim ou em Toronto ou em Sidney. Lavar a própria roupa, arrumar a própria casa. Usar o transporte público. Respeitar a faixa de pedestres, tanto a pé quanto atrás de um volante. Esperar a sua vez. Compreender que as leis são feitas para todos, inclusive para você. Aceitar que todos os cidadãos têm os mesmos direitos e os mesmo deveres – não há cidadãos de primeira classe e excluídos. Não oferecer mimos que possam ser confundidos com propina. Não manter um caixa dois que lhe permita burlar o fisco. Entender que a coisa pública é de todos – e não uma terra de ninguém à sua disposição para fincar o garfo. Ser honesto, ser justo, não atrasar mais do que gostaria que atrasassem com você. Se algum desses códigos sociais lhe parecer alienígena em algum momento, cuidado: você pode estar contaminado pelo vírus do PIB. Reaja, porque enquanto não erradicarmos esse mal nunca vamos ser uma sociedade para valer.


(texto publicado na revista Super Interessante - novembro de 2014)

sábado, 5 de novembro de 2016

O que os outros pensam sobre você reflete quem eles são, não quem você é (Resiliência Mag)


Os Sioux têm um provérbio muito interessante: “Antes de julgar uma pessoa, caminha três luas com seus sapatos”. Se referem ao fato de que julgar é muito fácil, entender o outro é um pouco mais difícil. Ser empático é muitíssimo mais complicado. E o julgamento só será justo se vivermos experiências iguais.

Entretanto, com frequência pretendemos que os outros nos entendam, que compreendam nossas decisões e as compartilhem, ou que, ao menos, nos apoiem. Quando não fazem o que queremos, nos sentimos mal, nos sentimos incompreendidos e até rejeitados.

É evidente que isso é difícil de aceitar, todos necessitamos que, em algumas situações, alguém acolha nossas emoções e decisões. É perfeitamente compreensível. Contudo, sujeitar nossa felicidade à aceitação dos demais ou tomar decisões com base no medo de que os outros não vão nos entender é um grande erro. Um grande e inominável erro.

Porque os que os outros pensam sobre você na realidade diz mais sobre eles do que sobre a sua pessoa. O que pensam reflete, com certeza, o que são eles, não quem é você.

Quando criticamos alguém sem usar a empatia de nos colocarmos em seu lugar e sem, ao menos, tentar compreender o ponto de vista do outro, na realidade expomos nossa forma de ser. Quando alguém diz ao mundo que você é uma má pessoa esta atitude revela que ela é insegura, tem um pensamento duro e cheio de estereótipos.

Quem critica o que não é, não compreendeu ou não quer aceitar

O mais certo é que por trás de uma crítica destrutiva quase sempre se esconde o desconhecimento ou a negação de si mesmo. Na verdade, muitas pessoas lhe criticam porque não compreendem suas decisões, não caminham com os seus sapatos, não conhecem a sua história e não entendem a verdadeira razão de ter escolhido o caminho que escolheu. Muitas pessoas ainda vão lhe criticar por desconhecimento mais profundo sobre o seu jeito e, sobretudo, por serem arrogantes e pensarem que são os donos absolutos da verdade.

Em outros casos, as pessoas lhe criticam porque veem refletidas em você certas características ou talentos que não querem reconhecer. O escritor francês Jules Renard afirmou com precisão:“Nossa crítica consiste em reprovar nos outros as qualidades que cremos ter”. Por exemplo, uma mulher que é maltratada pelo seu marido pode criticar duramente o divórcio. É uma forma de reafirmar sua posição. Diz a si mesma que deve seguir suportando essa situação. E o curioso é que quanto mais tóxica seja a crítica, mais forte se revela a negação dos seus sentimentos.

Na prática, em algumas ocasiões, a crítica destrutiva não é mais do que um mecanismo de defesa conhecido como projeção. Neste caso, a pessoa projeta nos outros os mesmos sentimentos, desejos ou impulsos que lhe são muito dolorosos. E com os quais não é capaz de conviver. De maneira que os percebe como algo estranho e que deve ser castigado.

Como sobreviver às críticas?

Ninguém gosta de ser criticado, principalmente se as críticas se transformam em duros ataques verbais. Infelizmente, nem sempre podemos evitar estas situações, mas devemos aprender a lidar com elas sem que as mesmas nos afetem em excesso.

Como faço para resolver isso? Aqui estão algumas estratégias diferentes, porém eficazes:

1.Coloque-se no lugar de quem lhe critica. A empatia é um poderoso antídoto contra a raiva. Não podemos ter raiva de alguém quando compreendemos como se sente. Por isso, da próxima vez que alguém lhe criticar, tente se pôr no seu lugar. Ainda que essa pessoa não seja capaz de se colocar no seu. Assim verá que é provável que se trate de alguém míope dos olhos da alma. Ou quem ainda não teve a sua experiência de vida e guarda muita amargura e ressentimento. Dessa forma, perceberá que não vale a pena se aborrecer pelas palavras ditas com raiva.

2.Entenda que é somente uma opinião, nada mais.O que os outros pensam sobre você é a realidade deles, não a sua realidade. Tais pessoas estão lhe julgando segundo as suas experiências, valores e critérios. Se tivessem caminhado com os seus sapatos, talvez andado pelos mesmos caminhos que você percorreu, é provável que pensariam diferente. Portanto, assume de vez que essas críticas, na realidade, são apenas opiniões jogadas ao vento, nem mais nem menos. E que são absolutamente tendenciosas. Por lado lado, você pode valorizá-las se perceber que pode tirar proveito delas. Mas você pode, simplesmente, desprezá-las; jamais permita que as críticas arruínem o seu dia.

3.Devolve a crítica com graça. Quando se trata de críticas destrutivas o mais conveniente é fazer “ouvidos moucos”. E saiba que essa pessoa não está aberta ao diálogo. Pois se estivesse, em vez de julgar e atacar, mostraria uma atitude mais respeitosa e compreensiva. Não obstante, haverá casos em que seja necessário dar um basta na situação. Depois de tudo, quando tivermos que enfrentar males extremos, devemos recorrer a soluções mais incisivas. Nestes casos, responda sem se alterar e com frases breves que não deem motivos às réplicas. Por exemplo, você pode dizer: “Não pode dar opinião sobre coisas que você não conhece” ou “Creio que não entendeu e tampouco deseja viver em paz. Dessa forma, não aceito que me critique”. Não critique sem pensar antes

“Em geral, os homens julgam mais pelos olhos do que pela inteligência, pois todos podem ver, mas poucos compreendem o que veem”, disse Maquiavel, séculos atrás. Podemos fazer nossa própria frase e, ainda assim, mantermos sua vigência: “Criticar por criticar significa que temos a língua fora do cérebro”.