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terça-feira, 17 de dezembro de 2019
terça-feira, 22 de outubro de 2019
quarta-feira, 16 de outubro de 2019
segunda-feira, 7 de outubro de 2019
segunda-feira, 15 de maio de 2017
ESSERE o AVERE - Gianni Rodari (Il libro degli errori)
Il professor Grammaticus, viaggiando in treno, ascolta la conversazione dei suoi compagni di scompartimento. sono operai meridionali, emigrati all’estero in cerca di lavoro: sono tornati in Italia per le elezioni, poi hanno ripreso la strada del loro esilio.
– Io ho andato in Germania nel 1958, – dice uno di loro.
– Io ho andato prima in Belgio, nelle miniere di carbone. Ma era una vita troppo dura.
Per un poco il professor Grammaticus li sta ad ascoltare in silenzio. A guardarlo bene, però, pare una pentola in ebollizione. Finalmente il coperchio salta, e il professor Grammaticus esclama, guardando severamente i suoi compagni:
– Ho andato! Ho andato! Ecco di nuovo il benedetto vizio di tanti italiani del Sud di usare il verbo avere al posto del verbo essere. Non vi hanno insegnato a scuola che si dice: “sono andato”?
Gli emigranti tacciono, pieni di rispetto per quel signore tanto perbene, con i capelli bianchi che gli escono di sotto il cappello nero.
– Il verbo andare, – continua il professor Grammaticus, – è un verbo intransitivo, e come tale vuole l’ausiliare essere.
Gli emigranti sospirano. Poi uno di loro tossisce per farsi coraggio e dice:
– Sarà come lei dice, signore. Lei deve aver studiato molto. Io ho fatto la seconda elementare, ma già allora dovevo guardare più alle pecore che ai libri. Il verbo andare sarà anche quella cosa che dice lei.
– Un verbo intransitivo.
– Ecco, sarà un verbo intransitivo, una cosa importantissima, non discuto. Ma a me sembra un verbo triste, molto triste. Andare a cercar lavoro in casa d’altri… Lasciare la famiglia, i bambini.
Il professor Grammaticus comincia a balbettare.
– Certo… Veramente… Insomma, però… Comunque si dice sono andato, non ho andato. Ci vuole il verbo “essere”: io sono, tu sei, egli è…
Eh, – dice l’emigrante, sorridendo con gentilezza, – io sono, noi siamo!… Lo sa dove siamo noi, con tutto il verbo essere e con tutto il cuore? Siamo sempre al paese, anche se abbiamo andato in Germania e in Francia. Siamo sempre là, è là che vorremmo restare, e avere belle fabbriche per lavorare, e belle case per abitare.
E guarda il professor Grammaticus con i suoi occhi buoni e puliti. E il professor Grammaticus ha una gran voglia di darsi dei pugni in testa. E intanto borbotta tra sé: – Stupido! Stupido che non sono altro. Vado a cercare gli errori nei verbi… Ma gli errori più grossi sono nelle cose!
quinta-feira, 10 de novembro de 2016
quinta-feira, 27 de outubro de 2016
segunda-feira, 1 de agosto de 2016
quinta-feira, 17 de março de 2016
terça-feira, 1 de março de 2016
Le parole delle donne - Cecilia Robustelli
Usare la declinazione al femminile per riconoscere pienamente alle donne il loro ruolo nella società e nel lavoro
La nostra cara lingua italiana conosce alcuni usi poco rispettosi nei confronti delle donne: per esempio certe espressioni un po' vecchiotte ma che risuonano spesso ancora oggi, specialmente in bocca maschile, come donna al volante, pericolo vagante e chi dice donna dice danno, ma anche il toscanissimo invito a non fare la dottora.
Attenzione, non si tratta di modi di dire innocenti, anche se vengono di solito pronunciati con un sorriso, ma di veri e propri "stereotipi", ciòe espressioni fisse, generalizzate, riflesso di luoghi comuni, che sviliscono la figura femminile perché ne danno un'immagine negativa e subalterna rispetto all'uomo. E poi (anzi, soprattutto!) l'uso del genere grammaticale maschile invece che femminile per i termini che indicano ruoli istituzionali o titoli professionali prestigiosi riferiti a donne. Alle forme femminili architetta, chirurga, direttrice, ingegnera, ispettrice, notaia, procuratirce, rettrice e assessora, cancelliera, consigliera, deputata, funzionaria, ministra, sindaca che sono grammaticalmente corrette e, se relative a ruoli istituzionali, hanno pieno valore giuridico, si preferiscono quelle maschili.
Così sebenne nessuno si azzardi a definire Federica Pellegrini o Antonella Clerici nuotatore o conduttore ma scelga, correttamente, nuotatrice e conduttrice, si continua a preferire il ministro Maria Elena Boschi o il direttore del Cern Fabiola Gianotti e la ministra Maria Elena Boschi e la direttrice del Cern Fabiola Gianotti.
Evidentemente ci sono forti resistenze di tipo culturale, e non linguistico, che frenano l'uso di alcune forme femminili.
Qualcuno sostiene addirittura che siano "brutte", ma questo è un giudizio molto soggettivo e giustificabile solo quando si parla di linguaggio letterario, non quotidiano: forse parole come professora o infermiera sono "belle"?
Altri ritengono che usare la forma maschile aggiunga prestigio al ruolo o alla professione, ma è mai possibile che una donna debba "travestirsi" linguisticamente da uomo per aver successo.
E che tutto il cammino compiuto da donne e uomini verso la parità di diritti e il pieno riconoscimento del loro valore, nel rispetto delle differenze, debba essere nascosto sotto una terminologia al maschile?
Quando si usa il genere grammaticale maschile, infatti, si evoca solo l'immagine di un uomo: i termini notaio, deputato o rettore fanno pensare che ci si riferisca a un uomo, non a una donna.
Il maschile non è neutro! Se lo si usa per una donna si "cancella" la presenza femminile in determinati ruoli e professioni, e si compie quindi una vera e propria discriminazione perché non si riconosce il cammino fatto dalle donne sul piano lavorativo, sociale e personale.
E inoltre si può rincorrere in equivoci a svantaggio della chiarezza comunicativa: un rischio, questo, molto grave specialmente quando sono le istituzioni a commetterlo, ma anche quando ci cascano (talvolta ad arte!) i media.
Qualche anno fa un giornale pubblicò un articolo intitolato Il sindaco di Cosenza: aspetto un figlio. Il segretario DS: il padre sono io che suscitò non poche perplessità nei lettori finché non fu chiaro che "il sindaco"... era in realtà "una sindaca"!
Che fare allora? Convincersi che è indispensabile riconoscere pienamente alle donne il loro ruolo perché possano così far parte a pieno titolo del mondo lavorativo e partecipare ai processi decisionali del paese, e che il linguaggio è uno strumento indispensabile per attuare questo processo.
segunda-feira, 5 de outubro de 2015
10 curiosidades da língua italiana que você precisa saber (vouparaitalia.com)
Existe algo que une os termos webwriter, copywriter, blogger, jornalistas da internet e do jornal impresso: a língua italiana, instrumento fundamental para dar forma aos pensamentos, patrimônio cultural ligado á nossa história.
A língua italiana não é uma instituição imposta por um órgão superior, mas um conjunto de regras comuns e em evolução. Porosa, mutável, flexível, às vezes nervosa, mas muito fascinante: para escrever na internet (e não somente) significa primeiramente conhecer e saber respeitar as regras.
Vamos descobrir 10 curiosidades que tornam única a língua italiana, 10 detalhes a serem respeitados para evitar pequenos (e grandes) erros.
1. Um clássico
Começamos com um clássico: qual è ou qual'è? A resposta correta é SEM o apóstrofo (qual è) porque é a supressão da vogal final da palavra "quale", não sendo uma elisão. Outros casos semelhantes: qual buon vento, buon uomo, nessun dubbio.
"Qual'è" escrito desta forma deve ser considerado um erro. Mas é um erro que enganou até mesmo um autor Roberto Saviano, que no Twitter escreveu: qual è apostrofado.
2. A letra d eufônica
As conjunções "e", "o" e a preposição "a" necessitam da adição do "d" para melhorar a fusão com a palavra seguinte que começa com uma vogal. Mas inserir o d eufônico na frente de uma vogal que seja diferente das acima é errado? Existe opiniões divergentes, mas seguindo a regra geral não tem erro: o d eufônico é usado entre vogais iguais (ex.: ed ecco, ad altri, ad amici) com algumas exceções (ad esempio).
3. A pronúncia faz a diferença
No complexo mundo da língua italiana há uma diferença que poucos respeitam: entre o acento grave para a vogal aberta (caffè) e acento agudo para a vogal fechada (perché).
Os comuns mortais a ignoram, mas um bom jornalista tem a obrigação de respeitá-la e honrá-la.
4. Você sabia que...
As reticências podem dar a uma frase a quantidade exata de suspense, podem esconder declarações que você não quer ou não pode escrever. São perfeitas para dar a ideia de discurso, mas não exagere. E você deve usá-las da maneira correta:
- Os pontos de reticências são três, e nenhum a mais.
- Após os pontos de reticências, há sempre um espaço.
- Caractere único: não há espaço entre os pontos.
Depois das reticências precisa usar de letra maiúscula? Se estiver indicando uma pausa dentro da frase a resposta é não, mas se forem colocadas no final da frase então se recomeça com a maiúscula.
5. Entusiasto ou entusiasta?
A segunda opção, sem dúvida. Porque a palavra "entusiasta" pertence aos nomes comuns de dois gêneros, palavras que não têm nenhum distinção de gênero. Entre elas podemos destacar também cantante, nipote, interprete, negoziante. Então, como reconhecer o masculino ou feminino dessas palavras? A partir do artigo, do adjetivo que precede a palavra ou de outras concordâncias no interior da frase. (Ex.: Questo signore è un cantante famoso. (Este senhor é um cantor famoso) - La mia nipote ha 4 anni. (A minha neta/sobrinha tem 4 anos).
6. Uma pequena curiosidade
Quase todas as palavras italianas têm um acento tônico. Graficamente são acentuadas somente aquelas em que o acento tônico cai na última letra. Ex.: Perù, Gesù...) ou palavras monossílabas que poderiam criar confusão (como "dà" = verbo "dare" contra "da" preposição).
Mas toda regra tem suas exceções: o pronome "sé" necessita o acento para não ser confundido com "se" conjunção, porém se este vem seguido da palavra "stesso" ou "medesimo" perde o acento.
7. Imperativo
Os webwriter conhecem bem o imperativo, pois é um recurso fundamental para construir uma "call to action efficace" para convencer o leitor a se inscrever na newsletter, a deixar um comentário ou para comprar um produto.
Entre as características deste verbo temos a supressão com apóstrofo de alguns verbos na segunda pessoa do singular como: va' (vai), da' (dai), sta' (stai), di' (dici), fa' (fai) - que podem ser confundidos com a terceira pessoa do singular do presente do indicativo.
8. Erro, mas também não
A conjunção "e" foi por muitas vezes objeto de não-erro, mal-entendidos que a professora marcava com a caneta vermelha, porque assim aconselhavam os antigos manuais de gramática.
O primeiro não-erro diz respeito ao início de uma frase com a letra "E", uma escolha fundamental para dar ritmo e continuidade em um texto. Em seguida, temos a vírgula antes da conjunção "e": alguns defendem que é importante colocar a vírgula quando se pretende dar uma pausa mais incisiva no texto.
9. O prazer da retórica
A língua italiana é cheia de figuras de linguagem, artifícios que permitem ao interlocutor de brincar com palavras como o Polissíndeto. Ou seja, a repetição da conjunção com o objetivo de dar especial ênfase à enumeração: "Sono andato in spiaggia e in montagna e in campagna" (Eu fui na praia e na montanha e no campo).
A Anadiplose é outra figura de linguagem que permite destacar as palavras-chave e lembrar aos leitores um determinado assunto. Basta repetir uma palavra no final e no início de uma parte do discurso: "Io sono stanco, stanco di ripetere le cose" (Estou cansado, cansado de repetir as coisas).
10. Substantivos: por que abusar deles?
A última curiosidade é dedicada ao abuso dos substantivos. Cancellare se torna cancellazione, distribuire se transforma em distribuzione: por que transformar a agilidade linguística do verbo em algo estático como o substantivo? Um texto simples e eficaz, reduz (mas não elimina) o uso de advérbios e adjetivos, optando por uma comunicação ativa, direcionada para a ação.
Adesso tocca a te...
quarta-feira, 8 de abril de 2015
Che io vadi - Umberto Eco (La bustina di Minerva)
Tra gli errori più diffusi nella nostra lingua c'è sempre di più l'uso scorretto del congiuntivo. Ecco qualche regola semplice per non sbagliare
Sto sfogliando con qualche mese di ritardo "Comunque anche Leopardi diceva le parolacce" di Giuseppe Antonelli (Mondadori 12 euro), dove ci si occupa dell'italiano scorretto, di quello corretto, di come strafalcioni che ci fanno inorridire tipo "che io vadi" esistessero in autori classici, di come sia lecito usare talora parole inglesi ma sciotto parlare di "Jobs act", di come professori troppo puristi correggano i ragazzi che scrivono "passano molte macchine" in "circolano molte macchine" e "non facevo i compiti" in "non eseguivo i compiti" (facendo pedere tempo e sendo della lingua parlata ai loro alunni). E di tante altre cose.
Non poteva mancare un capitolo sul declino del congiuntivo, e anche nelle canzoni, se Ligabue canta "può darsi che sia tutto come lo sognavi tu", Celentano canta "ma non vorrei che tu... stai già pensando a un altro uomo". Per un seminario di scrittura tenuto anni fa a Bologna, avevo proposto una regola per sapere quando si deve usare l'indicativo o il congiuntivo.
Per semplificare le cose e non fare ricorso a termini tecnici come mondi possibili o atteggiamenti doxastici, diciamo che ci si deve sempre domandare se stiamo parlando di qualcosa che noi riteniamo (e gli altri ritengono) che esista realmente nel mondo fuori di noi, o parliamo di qualcosa che esiste nei nostri pensieri, opinioni, credenze (che potrebbero anche essere sbagliati o non siamo sicuri che siano giusti). In questi casi dicendo di "sapere" qualcosa intendiamo che conosciamo qualcosa di reale e quel verbo regge l'indicativo. Se invece usiamo verbi come "pensare, credere, sperare, temere" (tutti atteggiamenti mentali) allora si deve usare il congiuntivo. Pertanto si deve dire "io so che Washington è la capitale degli Usa" e "io spero che la mia amata ritorni", e "io credo Sidney sia la capitale dell'Australia".
Vi sarete accorti che l'ultima credenza è sbagliata perché la capitale dell'Australia è Canberra. Quando me ne sia reso conto, potrò allora legittimamente dire "credevo che Sydney fosse la capitale dell'Australia", dando per implicito che quello che avevo in mente fosse falso. Ma, come si vede, la liceità del congiuntivo dipende non solo da regole linguistiche ma anche dalle conoscenze che la comunità ha circa il modo in cui vanno le cose nel mondo reale. Naturalmente già dicendo che credo che la capitale dell'Australia sia Sydney lascio aperta la possibilità di essermi sbagliato, mentre se dico che "io so che la capitale dell'Australia è Sydney" sono un ignorante e un presuntuoso.
In ogni caso, se faccio attenzione al fatto se stia parlando di ciò che si sa o di ciò che mi passa per la testa, vero o falso che sia, ho una buona regola per sapere se usare il congiuntivo o l'indicativo. Detto in modo un poco più tecnico, se usa "sapere" e l'indicativo quando ci si riferisce (a torto o a ragione) al mondo reale, e si usa il congiuntivo quando ci si riferisce a un mondo possibile. E sono appunto mondi possibili quelli delle nostre credenze, speranze, desideri, previsioni.
Eppure c'è un caso in cui, riferendoci a un mondo chiaramente irreale, si deve usare l'indicativo. È il caso di riferimenti a situazioni narrative. Non si dice "credo che Watson fosse l'amico di Sherlock Holmes" (salvo che uno non ricordi più i racconti di Conan Doyle e voglia dimostrare la sua incertezza). Si dice invece "so che Watson era l'amico di Sherlock Holmes". E questo perché nell'immergersi nei mondi narrativi si sospende l'incredulità e lì si accetta come se fossero mondi reali. E perché, in fondo, nel dire che si sa che Watson era l'amico di Holmes, ci si riferisce in effetti a un aspetto del mondo reale e cioè a quanto ha realmente scritto Conan Doyle, dove si ritiene indiscutibile che Watson sia davvero l'amico di Holmes.
Ma perché ho scritto "si ritiene indiscutibile... che sia"? Se è indiscutibile e accettato da tutti perché ho usato il congiuntivo? Perché "indiscutibile" riguarda pur sempre un atteggiamento mentale e si presume che il punto vada (congiuntivo) ancora discusso.
Sto sfogliando con qualche mese di ritardo "Comunque anche Leopardi diceva le parolacce" di Giuseppe Antonelli (Mondadori 12 euro), dove ci si occupa dell'italiano scorretto, di quello corretto, di come strafalcioni che ci fanno inorridire tipo "che io vadi" esistessero in autori classici, di come sia lecito usare talora parole inglesi ma sciotto parlare di "Jobs act", di come professori troppo puristi correggano i ragazzi che scrivono "passano molte macchine" in "circolano molte macchine" e "non facevo i compiti" in "non eseguivo i compiti" (facendo pedere tempo e sendo della lingua parlata ai loro alunni). E di tante altre cose.
Non poteva mancare un capitolo sul declino del congiuntivo, e anche nelle canzoni, se Ligabue canta "può darsi che sia tutto come lo sognavi tu", Celentano canta "ma non vorrei che tu... stai già pensando a un altro uomo". Per un seminario di scrittura tenuto anni fa a Bologna, avevo proposto una regola per sapere quando si deve usare l'indicativo o il congiuntivo.
Per semplificare le cose e non fare ricorso a termini tecnici come mondi possibili o atteggiamenti doxastici, diciamo che ci si deve sempre domandare se stiamo parlando di qualcosa che noi riteniamo (e gli altri ritengono) che esista realmente nel mondo fuori di noi, o parliamo di qualcosa che esiste nei nostri pensieri, opinioni, credenze (che potrebbero anche essere sbagliati o non siamo sicuri che siano giusti). In questi casi dicendo di "sapere" qualcosa intendiamo che conosciamo qualcosa di reale e quel verbo regge l'indicativo. Se invece usiamo verbi come "pensare, credere, sperare, temere" (tutti atteggiamenti mentali) allora si deve usare il congiuntivo. Pertanto si deve dire "io so che Washington è la capitale degli Usa" e "io spero che la mia amata ritorni", e "io credo Sidney sia la capitale dell'Australia".
Vi sarete accorti che l'ultima credenza è sbagliata perché la capitale dell'Australia è Canberra. Quando me ne sia reso conto, potrò allora legittimamente dire "credevo che Sydney fosse la capitale dell'Australia", dando per implicito che quello che avevo in mente fosse falso. Ma, come si vede, la liceità del congiuntivo dipende non solo da regole linguistiche ma anche dalle conoscenze che la comunità ha circa il modo in cui vanno le cose nel mondo reale. Naturalmente già dicendo che credo che la capitale dell'Australia sia Sydney lascio aperta la possibilità di essermi sbagliato, mentre se dico che "io so che la capitale dell'Australia è Sydney" sono un ignorante e un presuntuoso.
In ogni caso, se faccio attenzione al fatto se stia parlando di ciò che si sa o di ciò che mi passa per la testa, vero o falso che sia, ho una buona regola per sapere se usare il congiuntivo o l'indicativo. Detto in modo un poco più tecnico, se usa "sapere" e l'indicativo quando ci si riferisce (a torto o a ragione) al mondo reale, e si usa il congiuntivo quando ci si riferisce a un mondo possibile. E sono appunto mondi possibili quelli delle nostre credenze, speranze, desideri, previsioni.
Eppure c'è un caso in cui, riferendoci a un mondo chiaramente irreale, si deve usare l'indicativo. È il caso di riferimenti a situazioni narrative. Non si dice "credo che Watson fosse l'amico di Sherlock Holmes" (salvo che uno non ricordi più i racconti di Conan Doyle e voglia dimostrare la sua incertezza). Si dice invece "so che Watson era l'amico di Sherlock Holmes". E questo perché nell'immergersi nei mondi narrativi si sospende l'incredulità e lì si accetta come se fossero mondi reali. E perché, in fondo, nel dire che si sa che Watson era l'amico di Holmes, ci si riferisce in effetti a un aspetto del mondo reale e cioè a quanto ha realmente scritto Conan Doyle, dove si ritiene indiscutibile che Watson sia davvero l'amico di Holmes.
Ma perché ho scritto "si ritiene indiscutibile... che sia"? Se è indiscutibile e accettato da tutti perché ho usato il congiuntivo? Perché "indiscutibile" riguarda pur sempre un atteggiamento mentale e si presume che il punto vada (congiuntivo) ancora discusso.
quarta-feira, 29 de outubro de 2014
terça-feira, 14 de outubro de 2014
quarta-feira, 1 de outubro de 2014
Escorregar na gramática só vai atrasar a sua vida - Aline Carrasco
Depois de descobrir os errinhos que você comete na pronúncia, falar vai ficar mais fácil e ainda poderá ajudá-la a abrir portas no trabalho, nos relacionamentos...
Não, o português não é uma língua fácil. Mas você vai se apoiar nessa máxima para pagar micos por aí? Na dúvida, consulte as dicas que o professor Sérgio Nogueira elaborou para evitar os erros mais comuns. Para o revisor Jefferson Rosado, treinar as formas corretas ajuda a fixá-las na nossa mente. Dica: escreva o termo diversas vezes ou tente memorizar um por dia. Comece a treinar já!
Trezentas gramas x trezentos gramas
O erro é muito comum, porque a palavra GRAMA existe nos gêneros feminino e masculino. Logo, tendemos a concordar com o termo que se segue. Ao se referir a peso, o correto é masculino. Quando for mato, é feminino.
Iorgute x iogurte
Pode ser um típico problema de pronúncia. Algumas vezes, na hora de falar, mudamos uma letra de lugar, como no caso desse "r". Mas agora não tem mais desculpas, é só pensar antes de dizer.
"Meia" cansada x "meio" cansada
Essa expressão dá uma baita confusão! Só se usa "meia" para palavras femininas quando o sentido é de metade. Se você disser "meia cansada" vai afirmar que metade de você está exausta, o que seria bem estranho. O correto é meio cansada, pois tem sentido de pouco.
Cardaço x cadarço
Outro caso de deslocamento do som do "r", muitas vezes, apenas para facilitar a pronúncia. A palavra tem origem no espanhol cadarzo, cordão tecido por vários fios.
Seje/esteje x seja/esteja
Elimine já estes termos errados do seu vocabulário, pois eles nunca existiram.
Mortandela x mortadela
O que você come é mortadela! Exclua o "n" dessa delícia! Inclusive porque nem há origem para esse erro. Alguns termos sofrem modificações na pronúncia por desconhecimento da forma correta.
"Haviam" muitas pessoas no local x "havia" muitas pessoas no local
Este é um erro clássico. Ué, mas "muitas pessoas" não está no plural? Sim, está, mas o verbo haver, com a ideia de existir, é impessoal. Ou seja, não tem sujeito, e a gramática determina: deve ser usado no singular.
Para "mim" fazer x para "eu" fazer
Para muitos, esse equívoco parece normal. No entanto, "mim" não faz nada, O.K.? Esse pronome só acompanha expressões onde não temos verbos a serem conjugados. Lembre-se> com verbos, usamos "eu"; sem verbos "mim".
Asterístico x asterisco
O termo correto quer dizer estrela pequena ou estrelinha. "Aster" significa astro, estrela. Já "isco" é uma das terminações do diminutivo. Asterístico não existe!
"De" menor ou "de" maior x maior ou menor
Este vício tomou conta da fala das pessoas e, acredite, sem o menor fundamento. As expressões são: "ele é maior de 18 anos", "ela é menor de 16 anos", ou apenas "maior" ou "menor" de idade.
Mendingo x mendigo
Trata-se de um vício da língua falada. O "n" da primeira sílaba, "men", contamina o som nasal da segunda sílaba, "di", que erroneamente ganha um "n" a mais. Evite a proliferação de letras inexistentes nas palavras.
Salchicha x salsicha
Mais um péssimo exemplo de erro por contaminação do som semelhante.
Quando uma palavra basta
Outro erro comum é o pleonasmo: fenômeno de repetir uma ideia duas vezes na mesma frase, sem a menor necessidade. Evite-os!
- Subir para cima/descer para baixo - Ninguém sobe para baixo ou desce para cima.
- Sair para fora/entrar para dentro - Apenas as palavras "sair" ou "entrar" já expressam para onde você vai.
- Cego dos olhos - Pense: é possível deixar de enxergar com a boca ou os ouvidos?
- Gritar alto - Amiga, gritar já é alto!
- Viúva do falecido - Tem viúva de marido vivo?
- Acabamento final - Quando temos o acabamento, já é no final.
- Certeza absoluta - Para que reforçar a ideia?
- Elo de ligação - Se é elo, só pode ser de ligação.
texto publicado na revista Viva! Mais nº 783 - 3 de outubro de 2014)
sábado, 9 de agosto de 2014
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